LEGGENDA DEL LAGO MORO

Nella notte dei tempi il Lago Moro non esisteva ma tra le colline delle Sorline e il colle di Rodino si adagiava una fertile conca solitaria, verde come i pascoli a primavera.
E il sole a sera s’indugiava a lungo a carezzarla.
C’erano due case nella verde conca, due case sole : una ricca e prosperosa, l’altra poveretta, ma con il sole dentro. Ed in ciascuna c’era un bambino in culla.
Un bel giorno d’aprile bussa alla porta della casa ricca un pellegrino carico d’anni e di mistero, un pellegrino che sembrava addirittura aver fatto a piedi il viaggio dall’aldilà tanto era stanco e affamato. Bussa alla porta e la donna avara viene ad aprire e lui, più con gli occhi e con i gesti che con le labbra, le chiede qualcosa per chetare il demone della fame ed una panca per sdraiarsi a notte. Ma la donna che non ha cuore non lo vuole nemmeno ascoltare, lo chiama vagabondo, gli dice di andarsene, e che non le faccia perdere tempo.
E gli chiude la porta in faccia. E lui a picchiare di nuovo con accorata insistenza, perchè lo faccia almeno per amore del suo bimbo in fasce. Più che chiedere l’elemosina sembrava l’andasse facendo...Ma inutilmente!
Allora , visto che ogni tentativo per indurla a compassione cadeva nel vuoto, il vecchio pellegrino s’allontanò tristemente dalla casa ricca e i suoi occhi luccicavano di una luce stranamente viva. E batte all’altra casa, piccola e povera ma col sole dentro.La donna viene ad aprire con il suo bimbo in braccio e vistolo lo fa entrare premurosa, l’accoglie alla sua mensa e con lui divide l’ultima pagnotta che le era rimasta per quel giorno.
E mai pane fu più saporito!
Quando il pellegrino si fu rifocillato disse alla donna:” ora prendi tuo figlio e fuggi subito da questa valle, fuggi più in alto che puoi senza mai voltarti indietro, perchè su di essa è piombata la maledizione di Dio”.
E mentre così diceva i suoi occhi ferivano come il fuoco e la sua figura si era fatta trasparente come la luce del sole.
E in quella luce il pellegrino disparve. La donna, impaurita, prese immediatamente il suo bambino e fuggì verso la salvezza senza mai voltarsi indietro. E mentre fuggiva i ruscelli si gonfiavano minacciosi come placide lucertole d’un tratto tramutate in serpi, il cielo tuonò scuotendo la valle fino alle radici e riversò su di essa torrenti di acqua scura che invadendola volteggiavano come mulinelli impazziti intorno alla casa prosperosa. E ogni tanto tra gli urli del vento si udiva il pianto disperato del figlioletto della donna avara.
E piovve piovve finchè la verde conca incantata non fu interamente cancellata e sommersa, cedendo il posto a un piccolo lago cupo e profondo.
Era di venerdì e sul laghetto cupo e profondo galleggiava una culla vuota e si udiva tutto attorno un debole pianto di bimbo .
Ancora oggi, raccontano i vecchi di Capodilago, nelle notti di luna piena si vede sul fondo del lago una culla vuota e si sente un pianto accorato che affiora sulle onde del lago Moro.

Da “Leggende di Val Camonica e Val di Scalve” di Giorgio Gaioni, 1990.